mercoledì 2 marzo 2011

Mazel vs Lisa

In una stanza laterale rispetto al corridoio dall’ala est si ammassavano decine di persone prese da una fretta quasi euforica,  così diversa dal lento procedere dei visitatori che passeggiavano lenti e tranquilli nelle altre sale, tanto da sembrare un mondo completamente a parte. Non c’era da stupirsi, perché proprio lì abitava una delle donne più famose del mondo, fermata eternamente nella sua espressione sibillina e protetta da una robusta teca in vetro; davanti a lei una folla in estasi strepitava per poterla guardare per qualche secondo, nonostante tutti conoscessero già i più piccoli dettagli dei suoi lineamenti,  meglio di quanto avrebbero potuto scorgere in quell’occasione.
I più entravano per cercare di immortalare quel momento con un flash, anche se aprendo un qualsiasi libro d’arte avrebbero potuto trovare una riproduzione di certo migliore. Io, invece, ero entrata per cercare Marco.  Mi ero separata da lui qualche minuto per avere un po’ d’intimità nelle toilette del piano: dopo ore di infernale tormento mi ero decisa a sistemare quei collant francesi che male si adattavano ad un corpo italiano.      


Avevo fatto di tutto, quel giorno, per essere bella, nella speranza che questo bastasse a  cancellare tutti i dubbi e le paure che da settimane asserragliavano la mia mente ed il mio cuore, mentre la mia mente ed il mio cuore non avrebbero dovuto far altro che assaporare i momenti di vita parigina che l’Europa unita mi aveva regalato in nome di Erasmo da Rotterdam. Temevo che quei mesi passati lontano avessero trasformato irreversibilmente il mio – e il suo - modo di essere e di pensare,  i desideri e i sentimenti che una volta ci avevano uniti così intensamente. Che il non fatto e il non detto ci avessero resi due estranei. Qualche ora prima, mentre lo aspettavo alla Gare de Lyon, avevo anche temuto di non riconoscere più il suo viso.

Mentre lo cercavo nella sala di quel museo, gremita di folla, ero di nuovo sprofondata nell’insicurezza di quei pensieri. Ma proprio lì, dove tutti scrutavano il sorriso giocondo di Lisa, proprio come poche ore prima alla stazione, io ritrovai il suo di sorriso, quello che scioccamente avevo temuto di non ricordare e il mio cuore e la mia anima sciolsero ogni dubbio. Affondai la mia mano nella sua e riprendemmo a passeggiare sul parquet antico di quei corridoi, parlando e ridendo come se non ci fossimo lasciati mai, quasi non accorgendoci degli immensi capolavori che ci guardavano dalle pareti. 

Mazel vs le Penne Salsiccia Radicchio & Curry

Diciamo che soffro di un certo bipolarismo culinario.
A volte mangerei direttamente il prosciutto dalla vaschetta per non sporcare in giro, altre volte mi metto lì di santa pazienza e faccio le lasagne a mano dall’inizio alla fine. Magari senza usare la famosa nonna papera della Clerici. Non so bene da cosa dipenda, ma vedo una forte correlazione tra la voglia di cucinare e il grado di ordine che regna in cucina (che poi... cucina è una parola grossa; diciamo angolo cottura 2m-long davanti al letto, va!). Forse dentro me sento un’irrefrenabile voglia di riportare le cose allo stato di entropia naturale che dovrebbe regnare.
Fatto sta che ogni tanto mi piglia lo schiribizzo, la voglia di sperimentare nuovi piatti. Poi, quando mi riescono, li preparo fino a che non ti escono dagli occhi e una sensazione di nausea ti parte spontanea al solo nominarli. Diciamo che tutti quelli che hanno mangiato almeno una volta alla mia tavola hanno provato le famose Crépes morbide stracchino e mortadella (ma ora ho smesso di farle, perché anche io non ne posso più) o la divina Insalata della casa.
Dalla scorsa settimana ho il mio nuovo piatto di punta. L’ho visto un giorno al bar e l’ho rifatto a casa la sera. Una rivelazione, giuro.
Lo so, lo so...Lo so che questo non è un blog di cucina. Ma muoio dalla voglia di postare la ricetta.

Quindi beccatevela. Le famose pennette salsiccia, radicchio & curry.
(Mi viene fame solo a scriverlo)

Ingredienti per 2 persone:

200 g di penne
1 radicchio
200 g salsiccia
1/2 cipolla
2 cucchiai di panna da cucina
1/2 bicchiere di vino bianco
Curry
Sale e pepe


Tritate mezza cipolla e fatela appassire in una cucchiaiata di olio. Unite la salsiccia, spellata e spezzettata, e fatela rosolare. Gettate nella padella il radicchio rosso, mondato, lavato e tagliato a listerelle, poi fatelo appassire per uno o due minuti.
Irrorate con il vino, salate e pepate. Aggiungete un cucchiaio di curry e lasciate cuocere una decina di minuti. A fine cottura aggiungete un paio di cucchiai di panna da cucina e lasciate che il sugo si amalgami bene.
Scolate la pasta che avrete preparato nel frattempo e versatela nella pentola.

Gnam :P

martedì 1 marzo 2011

Mazel vs Le piccole cose - Part 1

Tutto è nato da un post di Wonder che ci chiedeva di elencare tre cose che amiamo.

Sul momento non sapevo dirne neanche una e la cosa mi ha fatto preoccupare non poco. E' mai possibile che non mi piaccia niente? Proprio io che sostenevo che la felicità sta nelle piccole cose?!
Così, da qualche giorno, ogni volta che provo una sensazione positiva, prendo appunti. a volte sembro un po' suonata, ma ecco i primi risultati. Mi ripropongo ufficialmente di non smettere mai. Giurin giuretta.


Mi piace andare al bar in pausa pranzo e trovare il piatto di cui avevo voglia.
Mi piace quando Marco viene a prendermi al lavoro.
Mi piace leggere. E quando leggo mi piace non riuscire più a staccarmi dal libro.
Mi piacciono i popcorn al cinema.
Mi piace la salsiccia nel sugo.
Mi piace avere la casa pulita dopo aver raggiunto limiti indescrivibili di disordine e essermi decisa a dare una sistemata.
Mi piacciono i post it.
Mi piace fare liste.
Mi piace prendere il caffé tutte le mattine nello stesso bar.
Mi piace prendere il gelato d'inverno quando c'è il sole.
Mi piace il "pizzaecinema".
Mi piacciono le serie tv. Soprattutto Chuck Burtowsky.
Mi piace accarezzare il mio gatto sotto la pancia mentre dorme.
Mi piace ricevere posta.
Mi piacciono i dehors. Meglio al tramonto e d'estate.
Mi piacciono i profumi di San Salvario.
Mi piace il tartufo.
Mi piace la musica. Soprattutto quella che ti ricorda una sensazione, un profumo che hai sentito in passato mentre l'ascoltavi.
Mi piace sottolineare.
Mi piace guardare i dvd di Blunotte prima di andare a dormire.
Mi piace ritrovare vecchi racconti tra i file in disordine e assaporare con la mente i ricordi che risvegliano.

domenica 27 febbraio 2011

Mazel vs il Week End

E qui questa...

L'aria venerdì era un po' tesa. Tutti si aspettavano qualcosa  durante il week end e io ho deciso di dare retta solo a me stessa. Sono rimasta Torino e ho lasciato che fossero gli altri a corrermi dietro. Qui i risultati di questa scelta felice.
  • festa di laurea di G. Aperitivo in un locale chic alla Gran Madre. Poco cibo e tanto alcol. Risate. Vecchi amici. Il nuovo ragazzo di M. Risate. Altri amici. Nuova gente. Mohito. Programmi per la settimana. Risate in piazza Vittorio. Risate a casa di M. e G. Musica da schifo al Puddhu. Risate. Il nuovo ragazzo di M. ti offre qualcosa che manco sai cos'è e ti senti vecchissima. Risate. Taxi. Risate da sola sul taxi.
  • Grandi pulizie. 
  • Grande spesa.
  • Cena e partita. Alex, Marco e la tagliata. Il pub, la partita, la birra. G. che ci raggiunge dopo il lavoro. La Drogheria e i chupiti. Io e Marco.
  • Pigra domenica mattina. Solito giretto in centro delle pallide mattine d'inverno. Risate alla Feltrinelli. Eccelsa performance nel sugo RaddicchioSalsicciaCurry.
  • Sacra di San Michele. Storie losche di frati e architetti medievali. Scalini. Vento gelido. Frati convincenti. Leggende.
  • Castello di Rivoli. Risate alle spalle del povero John Mc Cracken. Stelle di pietra, pozzi senza fondo, circuiti fintamente autoalimentanti. Venere degli stracci e l'arte nascosta in casa mia. Risate ignoranti e divertenti. 
  • Dexter in abbondanza.
Sì, voglio vivere così, col sole in fronte.

venerdì 25 febbraio 2011

Mazel vs i Giveaway


Uahhh io adoro i giveaway anche se non ne ho mai vinto uno.  
Trovo che sia un modo geniale per fare girare un po' la voce su blog carini che si scovano in giro.
Dunque: qui si partecipa a quello organizzato da Navigo a Vista. Se volete date un'occhiatina pure voi!

Mazel vs la Linea tratteggiata

Mi piace l'idea di Marlene e spero non se la prenda a male se gliela prendo in prestito: questo post potrebbe avere questa colonna sonora.

Sono stati giorni di grande concitazione, di grandi soddisfazioni, di grandi agitazione, di grande indecisione, di grandi potenziali cambiamenti e di grandi conferme. Una canzone di Ligabue dice che tira sempre un vento che non cambia niente e che mentre tutto cambia sembra aria di tempesta. Poi dice anche niente paura e quello che più vorrei adesso è qualcuno qui che facesse la parte di Liga.

Sono mesi che faccio di tutto perchè qualcosa cambi, forte delle mie certezze e desideri iniziali. Credevo di volere certe cose e mi sono mossa per averle. Dopo poco ho ricevuto delle offerte per farlo, ma le ho rifiutate. Non ero più certa di volere quelle cose, improvvisamente rivolevo il mio passato.

Ho guardato il mio passato e ho cercato di capire se potessi riaverlo. Potevo. Ho ricevuto delle offerte, ma mi sono spaventata. Erano incompatibili con quello che volevo per il mio futuro che, tra l'altro, avevo appena allontanato. Così ho rifiutato. Ma questo mi ha spezzato il cuore.

Allora ho rivalutato il mio presente. Non era poi così male come credevo all'inizio. Ma qualcosa doveva essere cambiato comunque. Così ho cercato una soluzione di mezzo. Che contemplasse allo stesso tempo il mio futuro e il mio presente. La pratica conosciuta come "tenere un piede in due scarpe". E ho avuto delle offerte.

In genere una persona che vuole qualcosa non la ottiene così facilmente come é accaduto a me ultimamente. Dovrei essere felice. Saltare di gioia. Al momento posso avere tutto quello che voglio. Posso essere chi voglio.

Però da qualche giorno ho un tarlo nella testa. Forse non voglio più il futuro che avevo deciso per me. E questo mi manda in panico. Perché posso fare davvero qualcosa per togliermi dalla strada che ho scelto finora. Sono davanti a una linea tratteggiata in una strada a doppia linea continua. Posso fare una bella inversione a U. Posso anche continuare dritta. Ma non se troverò un'altra possibilità così, ne più avanti né più indietro lungo la mia strada. Quello che vorrei ora è un bel cartello stradale.

martedì 22 febbraio 2011

Ritorno. La strada di casa io la conosco.

Erano già dieci minuti che Vincent era salito su quella carrozza del metrò; raddrizzò la schiena e tese le orecchie in attesa di sentire la voce. Una voce di donna, fredda e gracchiante, fastidiosa all’orecchio dei più: per lui, una voce amica e rassicurante.

Eccola. “Plaisance. Plaisance”. Era il segnale che la voce gli mandava ogni giorno e che lui aspettava attento. Era come un messaggio in codice, solo per lui. Era come se dicesse: ”Vincent, attento. Ora sarai solo, sarai senza di me. Inizia a contare”. E lui obbediva, certo che obbediva.
Quello era il momento più difficile di tutto il viaggio, dove il minimo errore poteva essere fatale.

Doveva contare. Doveva contare fino a tre. Sembrava un’idiozia a dirlo, ma per farlo Vincent metteva tutta la concentrazione che poteva. Una volta si era sbagliato. Il treno si era fermato in galleria e lui aveva contato anche quella fermata; era sceso a Montparnasse senza saperlo ed era entrato in un incubo. Si era trovato in un labirinto sconosciuto e la géndarmerie aveva dovuto riaccompagnarlo a casa, in preda al panico. Un disastro.
Il treno stava ripartendo e lui iniziò a contare.
Stridio di freni e apertura delle porte. Niente voce, come al solito.

Uno.
Una signora gli va a sbattere contro e gli domanda scusa. Lui sorride e torna a concertarsi, che il treno è già ripartito.
Ancora stridio di freni, ma la carrozza è affollata, la gente chiacchiera ad alto volume. Si saranno aperte le porte? Il cuore gli batte forte nel petto. Sì, sì. Si sono aperte. Ha sentito la corrente fredda sul viso. 
Due.
 Ancora stridio di freni e apertura delle porte. Vincent aspetta che il treno riparta, poi tira fuori dalla tasca il suo bastone bianco pieghevole, perché quello è il momento. La gente lo lascia passare, lo guida davanti alla porta di destra. E poi la sente, mentre il treno rallenta. “Duroc, Duroc”.


Sorride. Hanno fatto riparare la voce.




Questo post partecipa al contest di "Io e Nina", L'amore non deve essere un segreto.