Il paesaggio scorre veloce fuori dal finestrino e io penso.
Penso che ho trascorso gli ultimi dieci anni facendo sacrifici, prendendo treni, facendo esami, cercando casa, cercando lavoro, spendendo un sacco di soldi in rette universitarie, cercando di sostenere la mia relazione a distanza, ma non trascurando i miei genitori, gli amici, i colleghi e chiunque volesse qualcosa da me. Rimbalzando da una città all'altra senza però soddisfare appieno nessuno, sentendomi continuamente dire "e ma potresti stare di più" e ripartendo ogni volta piena di sensi di colpa.
Penso che ho 27 anni, mi sono laureata in 3+2 a pieni voti, lavoro da 3 e guadagno 500 euro al mese, però almeno faccio il lavoro che volevo fare. ah bè. sono soddisfazioni.
Penso che l'altro giorno ho sentito il discorso di Napolitano che parlava di quelle ragazze morte a Barletta e diceva che era immorale che guadagnassero 3,95 euro all'ora senza contributi.
E mi arrabbio. Mi arrabbio perchè, di euro all'ora, io ne prendo 3,125 e nemmeno a me li pagano i contributi, solo che nel mio caso è legale e si chiama stage e nessuno si sconvolge e scuote la testa in qualche talk show. E almeno, a loro, gli straordinari li pagavano.
Penso che ieri sono stata chiamata nell'ufficio del mio nuovo capo per avere un responso sul mio futuro. E sono entrata con la convinzione di dirgli: caro capo, in questi 6 mesi mi sono sacrificata abbastanza alla causa. O a gennaio mi assumi come si deve o a farmi cazziare in continuazione non ci sto più.
E invece sono rimasta un'ora ad ascoltare discorsi senza senso sui cambi gestionali e sulla congiuntura economica; e alla fine non era neanche più sicuro che riuscissero a tenermi a gennaio e quando mi faranno un contratto a progetto di un anno a 1000 euro dovrò ancora prostrarmi e ringraziare.
Penso che mi hanno appena dato il responso del colloquio che ho fatto lunedì. Negativo. E così non posso nemmeno andarmene sbattendo la porta in una scena plateale.
Penso a Napolitano che dice che guadagnare 3,95 euro all'ora è una condizione miserabile. E penso che miserabile è proprio la parola adatta a me, che quando vado al supermercato con mia madre la guardo mentre compra i cubetti di parmigiano a 6,50 euro a cuor leggero e mi prende un groppo alla gola, pensando che quei pezzettini di formaggio valgono come 2 ore della mia vita e io non me li posso permettere. E mi vergogno.
E poi il treno si ferma. Sono arrivata a casa per il compleanno di mio padre e scopro che non si tratta di una cena in famiglia ma una vera e propria festa. E tutti mi chiedono perchè non c'è il mio ragazzo. E mio padre mi dice che è un po' offeso.
E io penso che oggi, tra lo scoprire che forse non avrò un lavoro a gennaio e che sicuramente non avrò quello a cui aspiravo lunedì, tra il tentare di tenere a bada la propritaria di casa che vuole sapere se a gennaio rinnovo e il cercare di dribblare i cazziatoni di Sara, mi sono dimenticata i dirglielo. O forse non ho avuto cuore di chiedergli di farsi 400 km in una sera per 50 euro complessivi, pari a 2 mie giornate lavorative.
E allora mi siedo in un angolo e piango. E mio fratello mi racconta la barzelletta dei daini che giocano a nascondaino per tentare di salvare la festa.