giovedì 1 dicembre 2011

Di trasferimenti e salmoni dell'Alaska

A volte immagino come potrebbe essere la mia vita lassù sui monti con l'Amore del Cuore.
E non lo so.

Io sono una ragazza di provincia trapiantata in città.Non ho mai provato il desiderio radical chic di avvicinarmi alla natura (o cose simili), come non sento una particolare affinità per gli sport montani (che di solito la gente propone come giustificazione a un proprio trasferimento).Quando sono in città, però, non faccio altro che cercare un modo per trasferirimi; quando sono in montagna, guardando i quattro bifolchi (perdonatemi il termine) che sostano fuori dal bar e costituiscono l'unica forma di vita del paese, mi piglia male.

Quando ne parlo, tutti pronti a dire:"fosse in te, io mi ci trasferirei subito in un posto così", ma nessuno è mai stato lì a novembre, quando il deserto del Gobi è più vivace, quando il massimo della vita sociale si risolve nella castagnata della parrocchia. Facile dirlo, quando la stagione sciistica è all'acme (e anche allora, non pensiate che sia chissà cosa).
Così, crogiolandomi nella mia indecisione/insofferenza/insoddisfazione che ormai è diventata cronica, osservo.
Osservo e cerco di capire se la gente che lo fa è felice. Trasferirsi per amore in un luogo ostico, intendo.
La letteratura in merito non è molto prolifica. Mi è capitato di leggere tre storie di persone che si sono trasferite in Valle d'Aosta per amore, ma tutti e tre avevano passioni per i temi ambiental-montan-sportivi che io ho già appurato di non avere. Ho letto alcuni blog di gente che si è trasferita in Norvegia, Svezia, Lapponia, Islanda e via dicendo, ma secondo me in quei casi prevale la novità di trovarsi in un Paese straniero.

Poi stamattina guardavo il blog di un'autrice americana che ha appena pubblicato un libro. Mi pare di aver capito che lei si sia trasferita in Alaska per seguire suo marito biologo; poi ha messo sù famiglia, si è ricreata uan vita e cerca di sopravvivere in un luogo ben più ostico di quella che sarebbe la mia meta. La cosa più importante è che, guardando le suo foto, a me sembra un donna felice.
Credo che questo week end leggerò il suo libro.

Ma la domande è: avete esempi di vita vera, libri, film o quant'altro da consigliarmi sul tema?

martedì 22 novembre 2011

Cowboys and kisses

La porta di casa si apre timidamente sullo spiazzo buio e due figuri imbacuccati ne escono in silenzio. La notte è serena e la luna è l'unica fonte di luce che rischiara la strada, deserta. E' lunedì mattina, ci sono -5° C, sono le 5.45 del mattino e quei due sono Mazel e l'Amore del Cuore, il quale sta accompagnando la sua bella a prendere il treno per andare a lavorare, a Torino.

Ecco alcune cose che dovete sapere.
L'AdC abita in Valle d'Aosta, in un'amabile paesello natalizio che una volta era raggiungibile in treno in circa 2 ore e 40 da Torino. Una volta! Perchè ora qualcuno deve aver pensato che meno di tre ore per percorrere ben 130 km erano troppo poche. Me li immagino i tizi delle FS che si dicono: "E no signori, mica possiamo fare concorrenza alla'alta velocità! Aggiungiamo un paio di cambi, magari alternati (una volta si cambia a Chivasso e una volta a Ivrea), così la gente si confonde e magari qualcuno rimane a piedi" e un altro:"Sììì!! E facciamo un'altra cosa cattivissima!! Facciamo che il primo treno del mattino in partenza dal paesello arrivi ad Aosta (il primo cambio) 5-10 minuti dopo che sia partito l'altro treno, così poi a quelli là gli tocca aspettare un'ora!!". E così fu fatto.
Però Mazel-masochista, certe volte, decide di partire lo stesso il lunedì mattina, ad esempio quando organizza una bella mangiata di bagna cauda la domenica sera, ed il suo povero AdC l'accompagna, rassegnato, alla stazione di Aosta.

Ed e proprio quello che stanno facendo ora, i due nostri poveri eroi; camminano infrdeddoliti nella notte, rimpiangendo il caldo del piumone che hanno lasciato meno di dieci minuti prima, sperando di arrivare in fretta alla macchina. L'AdC ha gli occhi gonfi di sonno e forse prova un odio omicida per Mazel, ma, cavallerescamente, tace e cammina.
Epperò una sorpresa li attende al parcheggio: l'inverno, alla fine, è arrivato e la macchina è completamente inglobata in una capsula di ghiaccio.
Io gratto, tu spruzzi. Non ce la faccio. Allora tu gratti e io spruzzo. Non cela faccio. Va bè sali.
Dopo un po' sale anche lui: "E' tardi, andiamo così". E inizia a guidare tenendo il collo tutto storto per guardare nell'unico squarcio in mezzo al ghiaccio. Certo, però, che anche l'autostrada è ghiacciata e così la velocità massima raggiunta sfiora gli 80 km/h. L'Amore del Cuore tace e piega il collo.
Finalmente Aosta. La stazione. Lo spiazzo pieno di automobilisti  che non sanno dove parcheggiare, perchè forse il sonno offusca anche le loro menti. Sono le 6.44. Chissenfrega del biglietto, lo fai sopra; corri corri! Mazel scende di corsa e si fionda sul primo binario, ma il treno chiude le porte e la lascia a piedi.

"Inseguiamolo!" dice l'Amore del Cuore e ci rifiondiamo in macchina. Forse non lo sapete, ma le città a quell'ora sono piene di gente. Semafori infiniti ci separano dal casello autostradale. L'AdC guida in silenzio, concentrato come se stesse guidando una Ferrari a Montecarlo, ma in realtà, di nuovo, non si possono  superare gli 80 km/h. Sarà un'impressione, ma i suoi occhi sono leggermente iniettati di sangue.
Eccolo eccolo! Esci a Nus! Ma quella ciofeca del treno, a dispetto di quanto si pensi, è veloce come una faina.
Non ce la facciamo ti porto a Chatillon. Spero basti la benzina.
Alla fine la benzina basta e per un soffio Mazel ci sale sopra. L'AdC le manda un bacio dal marciapiedi e sillaba qualcosa. Sembra proprio che abbia detto: la prossima volta parti di domenica.

Sono le 7.10 e il sole sorge.

Sul treno non c'è il riscaldamento e Mazel si addormenta come un sasso con la testa sul finestrino. A Chivasso si sveglia con il torcicollo, il mal di testa e gli occhi gonfi. Il treno per Torino è in ritardo e quando arriva è così pieno che non c'è neanche posto in piedi nei corridoi. Fa tutto il viaggio nell'anticamera del cesso con un barbone, il suo cane e altre 21 persone.
Alle 9.15 arriva a Porta Nuova, corre in ufficio e alle 9.30 è seduta al suo posto.
Peli del naso la saluta dicendole: Riesci a fare il report entro le 10?

venerdì 28 ottobre 2011

Bello come il sole

La prima volta è successo in ascensore.

Non pensavo di essere quel genere di persona lì, e invece anche io mi sono trasformata in un "individuo superficiale e un po' volgare", come direbbero i miei colleghi radical chic.

La prima volta, dicevo, ero nell'ascensore del mio palazzo. Avevo schiacciato il tasto della chiamata e stavo sperando che arrivasse presto, perchè dallo studio del dentista stava per uscire un paziente, che si sarebbe di certo fermato sulla soglia per i saluti e  io avrei dovto aspettarlo. Speravo di batterlo sul tempo. E poi ero pure al telefono: se fossi stata beccata in flagrante, il mio gesto poteva sempre essere scambiato per distrazione e non per maleducazione.
E invece l'ascensore arriva e il paziente si fionda fuori per farmi segno di aspettarlo.
Lo conosco. Ma non riesco a mettere a fuoco chi sia. Come quando s'incontra un vecchio compagno di scuola, la cui immagine è stata fissata nel tuo cervello da mesi e mesi di frequentazione quotidiana e poi non si è visto mai più.
Sale con me nel cubicolo e iniziamo la lenta discesa verso terra. Io me ne sto li al telefono, finchè il mio cervello non mi manda una scarica elettrica: "sveglia! sei a due centimetri da Gigi Buffon!". Improvvisamente smetto di parlare e riattacco.
Era bellissimo. Prima di allora non avevo mai pensato che fosse bellissimo, anzi. Alto, atletico, ben vestito ma non appariscente. Gli occhi chiari (di certo non infossati come gleli fa apparire la tv impietosa). E la pelle. Leggermente abbronzato e luminoso. Una luce bellissima, quasi trascendentale.
Niente. Mi sono innamorata. Poi, ovviamente, lui è sceso e se n'è andato e io sono rimasta lì  a bocca aperta spiegare perchè avevo riattaccato così.

Da allora ho sviluppato un nuovo senso.
Io non conosco i volti dei giocatori. Certo, se il portiere della nazionale mi si piazza lì per tre lunghiiiisssimi minuti può anche succedere che io lo riconosca.  Ma gli altri, zero.

Però.

Una mattina, andando al lavoro, un bambinetto sudamericano mi da un colpo con lo zaino. Lo guardo male ma lui manco se ne accorge; allora guardo male il padre. E' giovane, ha una brutta tuta e un cappellino. E' bellssimo e anche lui è... luminoso. Come un faretto.
Corro in ufficio e racconto tutto alla mia collega, la quale mi mostra lo screensaver della juve e io lo riconosco in Amauri.

Sono diventata bravissima. Con il metodo della luce diffusa ho rconsciuto Candreva al bar e Matri per strada, pochi minuti fa.
Loro passano, mi illuminano e io cado letteralmente in amore come una ragazzina in crisi ormonale.

Cari giocatori, dopo l'avvistamento io vi seguo e tifo per voi come il più convinto degli ultrà; avete guadagnato la mia fedeltà solo passandomi accanto. Ma vi prego, ditemi da che estetista andate.

giovedì 27 ottobre 2011

Alla macchinetta del caffé

Tecnico informatico:" Oh, ma tu l'hai trovato il video di Belen?"
Peli-del-naso, con faccia schifata:" No"
Tecnico informatico: "Dai allora te lo passo!"
Sara: "E comunque il nuovo Murakami lo può leggere chiunque. Anche chi legge solo cose molto cheap".

Il tecnico se ne va.

Peli: "Ma chi è Belen?"



Abbiamo presentato: "Caffé da intellettuali, 1"

mercoledì 19 ottobre 2011

Quando gli stronzi hanno successo

Oggi in ufficio ha chiamato *** (=quello scrittore molto famoso che prima faceva il comico, osannato dal mondo intero) per assicurarsi che il mio collega Peli-nel-naso si occupasse per bene della promozione del suo nuovo libro (che esce il 4 novembre, sapevatelo).
Ho risposto io.
E mi è stato subito sulle palle. Già quando, in passato, ero stata con gli occhi sognanti a una sua presentazione mi era stato sulle palle.

Di suo ho letto quasi tutto, ma mi è piaciuto solo il primo. E un po' sono contenta, perchè è uno stronzo.
(Come se il fatto che non siano piaciuti a me significasse che non hanno avuto successo. Vabbé.Forse sono un po' troppo megalomane...).
Fatto sta, che mi è venuta voglia di leggere quello nuovo che sta per uscire. Prima del resto del mondo. Prima che gli altri sappiano della sua esistenza. In fondo questo lavoro non mi sta dando molto e le soddisfazioni bisogna prendersele da soli.

Così ho attuato il mio piano malefico: ho deliberatamente fatto finta di lavorare mentre leggevo il pdf delle bozze. Ne ho letto metà.
Che vi devo dire. Mannaggia.
Nonostante sia uno stronzo, il libro è buono. O come direbbe lui, è maledettamente buono.

mercoledì 12 ottobre 2011

Miserabile

Il paesaggio scorre veloce fuori dal finestrino e io penso.

Penso che ho trascorso gli ultimi dieci anni facendo sacrifici, prendendo treni, facendo esami, cercando casa, cercando lavoro, spendendo un sacco di soldi in rette universitarie, cercando di sostenere la mia relazione a distanza, ma non trascurando i miei genitori, gli amici, i colleghi e chiunque volesse qualcosa da me. Rimbalzando da una città all'altra senza però soddisfare appieno nessuno, sentendomi continuamente dire "e ma potresti stare di più" e ripartendo ogni volta piena di sensi di colpa.

Penso che ho 27 anni, mi sono laureata in 3+2 a pieni voti, lavoro da 3 e guadagno 500 euro al mese, però almeno faccio il lavoro che volevo fare. ah bè. sono soddisfazioni.

Penso che l'altro giorno ho sentito il discorso di Napolitano che parlava di quelle ragazze morte a Barletta e diceva che era immorale che guadagnassero 3,95 euro all'ora senza contributi.
E mi arrabbio. Mi arrabbio perchè, di euro all'ora, io ne prendo 3,125 e nemmeno a me li pagano i contributi, solo che nel mio caso è legale e si chiama stage e nessuno si sconvolge e scuote la testa in qualche talk show. E almeno, a loro, gli straordinari li pagavano.

Penso che ieri sono stata chiamata nell'ufficio del mio nuovo capo per avere un responso sul mio futuro. E sono entrata con la convinzione di dirgli: caro capo, in questi 6 mesi mi sono sacrificata abbastanza alla causa. O a gennaio mi assumi come si deve o a farmi cazziare in continuazione non ci sto più.
E invece sono rimasta un'ora ad ascoltare discorsi senza senso sui cambi gestionali e sulla congiuntura economica; e alla fine non era neanche più sicuro che riuscissero a tenermi a gennaio e quando mi faranno un contratto a progetto di un anno a 1000 euro dovrò ancora prostrarmi e ringraziare.

Penso che mi hanno appena dato il responso del colloquio che ho fatto lunedì. Negativo. E così non posso nemmeno andarmene sbattendo la porta in una scena plateale.

Penso a Napolitano che dice che guadagnare 3,95 euro all'ora è una condizione miserabile. E penso che miserabile è proprio la parola adatta a me, che quando vado al supermercato con mia madre la guardo mentre compra i cubetti di parmigiano a 6,50 euro a cuor leggero e mi prende un groppo alla gola, pensando che quei pezzettini di formaggio valgono come 2 ore della mia vita e io non me li posso permettere. E mi vergogno.

E poi il treno si ferma. Sono arrivata a casa per il compleanno di mio padre e scopro che non si tratta di una cena in famiglia ma una vera e propria festa. E tutti mi chiedono perchè non c'è il mio ragazzo. E mio padre mi dice che è un po' offeso.
E io penso che oggi, tra lo scoprire che forse non avrò un lavoro a gennaio e  che sicuramente non avrò quello a cui aspiravo lunedì, tra il tentare di tenere a bada la propritaria di casa che vuole sapere se a gennaio rinnovo e il cercare di dribblare i cazziatoni di Sara, mi sono dimenticata i dirglielo. O forse non ho avuto cuore di chiedergli di farsi 400 km in una sera per 50 euro complessivi, pari a 2 mie giornate lavorative.

E allora mi siedo in un angolo e piango. E mio fratello mi racconta la barzelletta dei daini che giocano a nascondaino per tentare di salvare la festa.

martedì 20 settembre 2011

Vivere nei film si può!

Vabbè questa la devo raccontare. Per forza.

Io ho un'amica che vive in un film.

Mi è capitato in passato di assistere a conversazioni che citavano amiche-di-amiche che si trovavano in situazioni romanzesche e ho sempre pensato che il fattore telefono senza fili avesse un ruolo importante nella stesura del plot. Ma questa volta... questa volta la storia è di prima mano: è proprio lei, la mia amica d'infanzia, e la sua storia è meglio di qualsiasi commediola rosa holliwoodiana. Giuro che è tutto vero.
Dovete sapere che la mia amica S si trova in Inghilterra per il dottorato; vive in una simpatica cittadina di mare e frequenta amici provenienti da tutte le parti del mondo. A giugno, uno di questi l'ha invitata al suo matrimonio in Israele, tra l'altro offrendo a tutti quelli che provenivano dall'estero un soggiorno di 2/3 notti sul mar rosso. A Tel Aviv, S si ritrova seduta a un tavolo di persone che non conosce, tutte inglesi, e tra loro conosce John Brown (nome di fantasia per proteggere la privacy ed evitare googlate).
John è un bel ragazzo sulla trentina che fa il produttore alla BBC (lo so, già qui la trama non regge, non è possibile che un trentenne sia un produttore. E invece la storia è vera, a meno che tra qualche mese non si scopra che John ha mentito per tutto il tempo); è simpatico, passano un po' di tempo insieme e lui le propone di fare insieme un'escursione a Petra. Durante l'escurisione si trovano bene, si piacciono ma nessuno fa il primo passo; ci scappa però la promessa di rivedersi in Inghilterra, anche se lui se ne sta a Londra e lei nella simpatica cittadina.

Però S ha un problema: lei si era organizzata l'estate diversamente.

Tra i suoi amici, infatti, c'era anche una ragazza delle isole Fiji, la cui madre lavora per Save The Chilren. Questa ragazza aveva proposto a S di passare tre mesi estivi alle Fiji a casa sua, in cambio di qualche lavoretto per l'associazione e lei aveva detto "Sì cavolo che ci vengo" e si era fiondata a spendere 1000 euro di biglietto aereo direzione Suva.
E infatti, da Tel Aviv, S se en era tornata in Italia per stare un po' di tempo a casa prima di partire per 3 mesi per l'altra parte del mondo.

Però sto John un po' le piaceva e continuava a sentirlo su Fb. Così il giorno della grande partenza ha un idea: il volo fa scalo a Londra e ha qualche ora di tempo, perchè lui non esce prima dal lavoro e si incontrano per un caffè? E così fanno. Certo che è passato un po 'di tempo e loro si erano visti una volta sola; non sanno bene così dirsi, sono imbarazzati e come, nei migliori film, in lbreria fanno cadere uno scaffale (giuro giuro). Passano un piacevole pomeriggio fino a quando lei si rende conto che è tardissimo. Lui le dice: tranquilla ti porto io! e mettono in atto la scena meglio conosciuta come "corsa all'aeroporto su tangenziale londinese". Arrivano appena in tempo e sulla soglia del controllo di sicurezza, lui la bacia.
Lei parte e si maledice. Però, cavolo, sta andando alle Fiji, quindi si ripiglia subito. Passa tre mesi in questo paradiso terrestre insengando a contare ai bambini e piantando caffé nei campi, finchè lui, ch continuava a sentire su Fb connessioni fijiane permettendo, le dice una cosa. "Sai S, la settimana prossima compio trent'anni, vorrei festeggiarlo in maniera indimenticabile. Cosa ne dici se vengo li?" "Ah ah - gli dice lei- fai pure", poi riattacca e pensa "che coglione".

E invece un giorno lui sbarca a Suva e ci rimane due settimane, portandola su isole meravigliose dove venivano scambiati per sposini in viaggio di nozze. non sapendo che era la terza volta che si vedevano.

La storia non finisce, perchè al momento siamo allo step in cui S torna in Italia dalle Fiji (facendo il viaggio di ritorno con il buon John che si era pure sbattuto a cercare un posto sul suo stesso volo) e racconta tutto all'amica sua. Poi non si sa, ma giovedì S rientra in Inghilterra

Secondo voi cosa succederà?
Io voglio scriverci un libro, è una storia troppo assurda.Che finale ci vedreste bene?

venerdì 16 settembre 2011

Mazel vs le perplessità

Capa di Mazel: ".... perchè noi inseriamo gli autori in un coté di legittimazione che altrove non c'è"
Peli del Naso*: "hai ragione, cara. E in ogni caso il fatto che non conoscesse la backlist di Philip Roth mi perplime. La tendenza a letture di basso livello è vieppiù diffusa"


* collega di Mazel e marito della capa di Mazel. Fornito di narici dalla lussuregente peluria

mercoledì 14 settembre 2011

Mazel vs un problema sostanziale

Un'hotel 5 stelle in centro.

La rete vendita e i dirigenti della casa editrice si affollano nella hall, in attesa che inizi la riunione, che è stata condensata in un'unica giornata a causa degli scioperi che potrebbero pregiudicare il ritorno a casa degli agenti.
Si parte: vengono presentati i risultati dell'ultima campagna. Ottimi. Le vendite sono in crescita, nonostante il mercato stia soffrendo. Buona le performance in tutte le aree e i risultati dell'ultimo mese sono eccezionali. I presenti si galvanizzano del proprio lavoro.
Ci si ferma per la pausa pranzo: un cattering che viene servito nella elegante sala da pranzo dell'hotel. Mazel è seduta con altre 4 o 5 donne che a, ben pensare, sono le artefici di molte scelte culturali importanti.
Durante il pomeriggio vengono presentati i libri in uscita nella prossima stagione e, spesso, sono gli autori stessi a farlo, volati da tutt'Italia per l'occasione.
Alle 18 viene servito il caffè con i pasticcini nel giardino e poi tutti a casa.

Questa si che è una giornata di lavoro come si deve, pensa Mazel.
"Che palle, era meglio restare in ufficio. Io queste riunioni non le sopporto" dice qualcuno del suo ufficio.
"Eh lo so, infatti io ci vado adesso e ci rimango per un paio d'ore" dice un'altra.

Risulta evidente come i colleghi di Mazel abbiano non pochi problemi. Oppure Mazel non ha capito niente della vita. Ma ne dubita.

mercoledì 7 settembre 2011

Cara Sara

Cara Sara,

ogni giorno giochi a fare il capo illuminato e mi dici che a te "importa tantissimo che io mi trovi bene" e mi preghi di farti "sapere se sono soddisfatta delle mansioni che mi sono assegnate". Inizio a sospettare che lo fai perchè se  un'altra stagista se ne va prima della fine del contratto, la gente inizierà a pensare che sia colpa tua.
Cara Sara, hai mai riflettuto su quanto la tua aria di saccente signorina bon ton e il tuo tono di voce trascinato e il tuo mettere l'accento giusto su tutte le E e le O e la tua faccia che dice "nessuno lo sa fare meglio di me" riescano davvero a irritare le persone che ti stanno intorno?
Cara Sara, secondo me sbagliare è umano e anche giusto e anche doveroso. Cara Sara, se io fossi nata con la conoscenza infusa dei meccanismi di questa azienda, a quaset'ora sarei l'amministratore delegato e non l'ultima stagista del carro.
Cara Sara, io capisco quanto possa essere "spiacevole essere rimbeccata da Cinzia perchè c'è il codice prodotto anzichè il codice Sili", però, cara mia,  se non me lo dici, difficilmente io potrò farlo.
Cara Sara, ogni giorno ne hai una contro di me. E come te, tutti gli altri. Cara Sara, se fossi in te, io mi toglierei quel palo dal culo e inizierei a fare in modo di spiegarmi le cose, che non si sa mai come potrebbe essere la stagista-sostituta. Sai come si dice, tra i cristiani che non sanno neanche chi è Least-Heat Moon, guardano la tv e non ascoltano il jazz, al peggio non c'è mai fine.

martedì 30 agosto 2011

Mazel vs il rientro

Dopo un'estate di illusioni e delusioni, tanta fatica, poca voglia di scrivere e vacanze sottotono, rieccomi qui, alla mia scrivania a sperare in un autunno migliore.
 Non dico che la mia sia stata un'estate di m****- non sia mai che l'ottimismo venga abbandonato!- ma il pensiero di tornarmene a fare la schiavetta dei miei nuovi simpaticissimi colleghi mi ha tolto le forze. Ma tant'è che il pensiero si è immancabilmente realizzato e, tanto che ci siamo, balliamo.

Come ogni anno, settembre è il mese dei grandi progetti e dei buoni propositi. Ogni volta mi stupisco di cosa io riesca a tirare fuori per l'autunno. Quest'anno, grazie agli influssi negativi del lavoro e di Saturno, del desiderio che dicembre arivi in fretta e  della poca voglia di uscire che mi assale, oltre all'annuale buon proposito della palestra (che non viene puntualmente mantenuto da almeno 10 anni consecutivi) mi è presa la bizzarra intenzione di fare un calendario dell'avvento a punto croce.
Il mio rapporto con il punto croce è strano. Ho imparato da piccola e sono brava, ho iniziato tanti progetti e finiti pochi, mi piace farlo ma MI FANNO SCHIFO gli  oggetti che si possino creare. Il calendario dell'avvento mi sembra l'idea meno orrenda. Be positive.


mercoledì 20 luglio 2011

Mazel vs la figosità apparente

L'ultimo mese è stato a dir poco frenetico.
 
Ebbene sì. Il momento è giunto. Da quando ho aperto questo blog non aspettavo altro.
Ho cambiato lavoro. Ho un lavoro figo, in una funzione figa, in un'azienda figa di un settore figo. Sono tornata ad essere una stagista, ma almeno mi pagano un po' e non ho nemmeno dovuto cambiare città.
Che fantastico happy ending, penserete voi... 

E invece no! Perchè, udite udite, ho scoperto l'acqua calda.

  •  Non è detto che fare un lavoro figo sulla carta, ti porti a fare cose fighe. Attualmente, le mie attività di marketing editoriale si risolvono nel copiare numeri in una griglia.
  •  Non è detto che gli ideali ti bastino a riempirti la vita. Ci vorrebbe anche un po' di sano shopping e una bella cena fuori, che al momento non posso permettermi.
  •  Non è detto che in un posto figo ci lavori gente figa. Nel mio posto figo sono tutti un po' stronzi.
  •  Esiste un filone di blog di stagisti che mi fanno morire dal ridere.
Ma, attenzione attenzione. Il recente licenziamento ha rotto il ghiaccio e aperto la pista a una vita di mobilità: conto di licenziarmi di nuovo entro 24 ore e porre fine alle mie pene amorose.

E come dicono le mie colleghe nuove e fighe, fingers crossed !!

martedì 14 giugno 2011

Quello che vorrei

Caro Babbo Natale,

quello che vorrei, è il teletrasporto. Questa volta davvero, non come quando desideravo la casa di Barbie e poi subito dopo la macchina di Ken. E se il teletrasporto non è disponibile, vorrei un sistema di mezzi di trasporto efficiente e economico. Ti prego Babbo Natale, ne ho bisogno davvero. 


Sai Babbo Natale, io e il mio fidanzato viviamo a un centinaio di chilometri di distanza. Non è molto penserai, ma, per vederci tutti i weekend, dobbiamo spendere, tra benzina e autostrada, 35 euro a tratta. Sì Babbo Natale, hai capito bene, sono 70 euro ogni settimana. Esiste un’alternativa, ma l’alternativa è impiegare tre ore sulle ferrovie dello Stato e, caro Babbo Natale, qui in Italia significa sapere quando parti ma non quando arrivi. In più, quest’anno, hanno soppresso la metà dei treni e aggiunto due cambi.

Caro Babbo Natale, io ho appena accettato un nuovo lavoro. Sottopagato, ma era quello che desideravo fare da sempre. Caro Babbo Natale, io però non mi sento felice, perché mi firmando questo contratto mi sembra di firmare una condanna. Alla lontananza e al pendolarismo. Allo spreco di soldi e all’inquinamento. Ma accetterò tutte queste cose di buon grado, finché non vorrò farmi una famiglia e mi rassegnerò al trasferimento. Finirò per fare la casalinga e avrò sprecato anni di studio e sacrifici, di lontananza, di solitudine e lunghi viaggi in treno.

E non mi sembra giusto. Caro Babbo Natale, ti prego, regalami delle nuove ferrovie.

giovedì 26 maggio 2011

Mazel vs la Nappi

Ehi tu. 
Tu che quando sono arrivata, guardavi la mia borsa firmata con disgusto, dall'alto delle tue all star bucate e dall'orlo dei jeans tenuto su da due spille da balia. Tu, che organizzavi cene con le altre colleghe senza invitarmi e senza paura che io ti sgamassi. 
Tu, che hai avvelenato le mie giornate con i discorsi sulle malattie, sulla depressione e sulla Juve. Tu, che lavori nel perfetto stile di una dipendente pubblica e che spesso mi hai obbligata, con ricatti sottili e perfidi, a fare anche  il tuo lavoro. Tu, che sei così acida e rompiballe, che quando insulti quelli che parcheggiano sulle strisce pedonali, mi fai vergognare.
Tu, che in questi anni mi hai insegnato il vocabolario base per sopravvivere a Napoli, i trucchi per fare il 730 e la funzione del tasto Stamp. Tu che sei laureata in statistica, ma mi chiedi tutti i giorni la formula della variazione tendenziale.
Tu, che credi nella psicanalisi e hai smesso di schifarmi se ho idee diverse da te. Tu, che hai inziato ad apprezzarmi almeno un po' quando hai scoperto che sono stata al concerto dei System of Dawn, anche se mi piacciono i tacchi alti e le borsette. Tu, che mi chiedi consigli su come vestirti ai matrimoni.  Tu, che mi ricordi un po' Maradona e un po' Caperezza, ma che in fondo in fondo sei un po' femmina anche tu e io ti ho scoperta.
Tu, che in questi anni mi hai ascoltata e ti sei fatta ascoltare, che hai condiviso con me le tue impressioni, le tue emozioni e i tuoi link. Hai commentato con me i mondiali, le elezioni, il caso Marrazzo e il delitto di Avetrana. Tu, che aspetti con me che escano tutti dall'ufficio così possiamo lavorare con i Depeche Mode a palla.
Tu, che hai il divano più comodo del mondo per stravaccarsi e bere una birra. Tu, che ti sei iscirtta a Pilates con un buono di Groupon anche se credi che sia la brutta copia dello Yoga. E credo che per te sia una bestemmia.
Tu, che negli ultimi due anni sei diventata meno depressa e meno ipocondriaca e io credo sia tutto merito mio.Tu che negli ultimi due anni sei diventata un po' me e io sono diventata un po' te. 
Ecco, proprio tu. Sei uno dei pochi motivi per cui vorrei tenere lo schifo di lavoro che mi ritrovo. 

Ci ho messo due anni e sei mesi a fare amicizia con te. E, nonostante i pronostici, ci sono riuscita benissimo.

mercoledì 25 maggio 2011

Mazel vs il cuore indeciso

E mentre oggi uscivo dall'ufficio con la mia amata-odiata collega la nappi, il caro signore del bar Cavour, a cui ho lasciato fior fiore dei miei stipendi per i pranzi quotidiani, ci ha offerto due coni di gelato appena fatto. Abbiamo chiacchierato dei soprannomi di Micheal Jackson e ho assaporato il piacere della mia quotidianità, del calore dei rapporti umani, della bellezza della routine tranquilla.
Al supermercato accanto ho incontrato la mia collega Elena, con cui divido l'ufficio, le gioie e i dolori, le difficoltà e le frustrazioni, e sono stata sorpresa dalla voglia di passare ancora qualche minuto con lei, anche se eravamo state gomito a gomito nelle ultime otto ore.
Dopo poco mi ha chiamato la gentile signorina della Mondadori, dicendomi che i signori dell'Einaudi probabilmente mi offriranno entro la settimana il posto per cui ho fatto un colloquio ieri. Mi sono messa le scarpe da ginnastica e, sotto un cielo che minacciava pioggia, sono andata sotto la sede di via Biancamano, cercando di capire cosa mi dicesse il cuore.
Ho mandato mille messaggi, ma nessuno me lo sa dire.
Non l'ho ancora capito.

giovedì 19 maggio 2011

Mazel vs una potenziale morte violenta e consapevole

- Ma tornate a casa in pullman! Sono le 11 di sera!
- Ma no, ma no! prendo la bici! Ho aspettato due settimane che mi arrivasse l'abbonamento e ora me ne vado in giro per la città pedalando notte e giorno!
- E il caschetto? Ce l'hai?
- Ma che caschetto e caschetto! In bici non mi è mai successo niente! Sono una persona sprint, io! Mica come te che sei una cagasotto!
- Fammi uno squillo arrivi a casa però.
- Sì, ma sappi che sei una persona vecchia dentro.

Dopo 12 minuti, la ruota della mia bicicletta gialla si è incastrata nello scambio del tram nell'incrocio più pericoloso e trafficato di Torino. Ho perso l'equilibrio e la sacca della palestra. Sono finita in ginocchio in mezzo ai binari del tram, in un lungo slow motion durante il quale attendevo, certa, che una macchina (o peggio, il tram in persona) mi travolgesse, spargendo le mie membra insanguinate sul marciapiede di Porta Nuova.

Grazie a Dio erano le 11 di sera e, evidentemente, i torinesi sono persone che amano stare a casa. 

martedì 10 maggio 2011

Alpini vs il Giro: 1-0

Gli alpini mi sono sempre stati simpatici, soprattutto quando, ogni anno, alla festa di Sant'Orso ad Aosta, vado a prendere il vin brulé e il coro delle Penne Nere immancabilmente intona una canzone strappalacrime che dice: tu, tu che sei la vita mia... tornerò, tornerò... e intanto la seconda voce fa: il tempo vola aspettami.... e io piango sempre un po'.

Gli alpini lo scorso week end hanno invaso Torino e io, trulla trulla, andando a fare l'aperitivo all'Imbarchino, mi sono ritrovata stupita in mezzo a un accampamento di gente con divise della seconda guerra mondiale. Da allora è stato il delirio. C'erano alpini che suonavano strumenti mai visti, alpini che cantavano, alpini che correvano, alpini che mangiavano, alpini che bevevano, alpini che ti facevano serenate al semaforo. Sembrava di essere nella comunità dei puffi, dove ce n'è uno per ogni caratteristica. 

Gli alpini, qui a Torino, si sono portati mezzi di locomozione piuttosto fantasiosi. Vorrei dare il mio primo premio personale alla vecchi giulietta dipinta in tricolore con due postazioni di guida, una davanti e una dietro, così non devi fare mai inversione. A pari merito con le tre biciclette unite in parallelo da due assi, uno davanti e uno dietro,  dipinte una di rosso, una di bianco e una di verde.

Gli alpini qui a Torino hanno bevuto un bel po' e spesso cercavano di caricare con la forza sui loro carri giovani fanciulle contro la loro volontà. Ho visto l'amica di un'amica rotolare in piazza Vittorio perché, chissà come mai, non voleva salire. La gente intorno però rideva e a nessuno è venuto in mente di considerarlo un tentato stupro, una specie di ratto delle sabine.

Gli alpini si sono presentati qui a Torino lo stesso giorno dell'inizio del Giro d'Italia, dello spettacolo delle frecce tricolore e di un po' di altre cose. Ovviamente la GTT aveva pensato di organizzare un bello scioperetto del venerdì per l'occasione, ma gli alpini li hanno fatti desistere.

Gli alpini mi hanno fatto letteralmente morire dal ridere quando hanno preso la mia collega la nappi, l'hanno accerchiata e le hanno cantato la canzone delle mutandine nere di seta, che metti per andare a ballare, a ballar a ballar, a ballare a Milazzo, dove ti faro vedere il mio ca.......ro mandolin.

Vorrei ringraziare gli alpini, perchè grazie a loro, ho affittato casa mia a degli amici alpini e presto mi comprerò  un bel paio di scarpe nuove.


martedì 26 aprile 2011

Mazel vs il suo primo giveaway: il giorno del giudizio

Ci siamo! ecco i risultati del giveaway!
Brava Saetta9! ti scrivo una mail per avere i tuoi dati.
Volevo ringraziare tutti i partecipanti: è stato un periodo intenso, non ho ancora avuto modo di sbirciare nei vostri blog, ma presto riparerò!
-Mazel

giovedì 21 aprile 2011

Mazel vs New York glutenfree

Piccolo post di servizio, per tutti coloro che andranno a New York e avranno bisogno di mangiare gluten free.

Di solito quando viaggio, per mangiare mi aggiusto come posso. In fondo sono celiaca da tutta la vita e so riconoscere a occhio cosa posso mangiare e cosa no; però ultimamente mi sento molto viziata dagli elenchi di ristoranti gluten free, così prima di partire ho incaricato la mia collega la nappi di scaricarmi un elenco di ristoranti gluten free segnalati dalla blogosfera.

Ecco quelli che ho provato.

Il ristorante è in piena Times Square e ci sono andata senza sapere che servivano un menu gluten free separato. Per definirlo, non mi viene in mente nessun'altra parola che "una figata" ed era una delle mete imprescindibili del mio viaggio. E' basato sulla storia del ristorante che avrebbero aperto Forrest Gump e l'amico morto in Vietnam Bubba ed è l'apoteosi dell'attenzione ai dettagli tipica degli americani. 
Ci va una marea di gente, ma sono organizzatissimi. I camerieri sono gentilissimi e ben istruiti su come farti passare una bella serata. Un bellissimo esempio di marketing esperienziale.
Il menu gluten free ti indica quali sono i piatti del menu generico senza glutine. Ovviamente si mangiano prevalentemente gamberi, spesso in stile cajun (una rivelazione per me!), ma c'è anche altro. Un po' caro, ma ne vale la pena.

Vi ricordate il post sulla cena del mio compleanno? Quello del jazz proposto dai miei amici intenditori newyorkesi? Ecco, anche quello aveva un menu senza glutine separato.
Bellissimo posto anche questo, tra l'altro segnalato dalla guida LonelyPlanet. Si tratta di un posto dove servono il barbecue - la cui tecnica ci è stata spiegata dai miei amici in non meno di mezz'ora (ma che si credono? che noi il barbecue non lo facciamo?!)- e dove si assistono a concerti jazz. Anche questo "una figata". Prenoti lo spettacolo su internet (circa 10 dollari a testa); vai lì un po' prima e mangi nello scantinato-teatro. Poi, quando più o meno sei al dolce, inizia lo spettacolo a luci basse. Anche questo un po' più caro della media, ma ho mangiato la miglior carne di tutto il viaggio.

Quest'esperienza mi ha lasciato un po'... come dire... interdetta. Questo era uno dei posti indicati nella lista della nappi ed era indicato come un ottimo posto "per mangiare un cheesburger senza glutine". Così ci sono andata trulla trulla pensando di mangiare un panino. Abbiamo ordinato un cheesburgfer normale e uno senza glutine di dimensione media e ci siamo seduti a uno dei pochi tavolini del locale, pieno di ragazzi, nel pieno dell'East Village.

-Ahah. Guarda sti americani intorno a noi che mangiano pasta piena di formaggio - mi fa lui.

Ahah. Mac ovviamente non stava per McDonald come avevamo inconsciamente pensato, ma per Mac&Cheee, Maccaroni&Cheese. E infatti il nostro cheesburger non era un panino, ma una terrina piena di mac&cheese con dentro un hamburger sbriciolato (tipo ragù). 
In fondo non era male, ma il pensiero di mangiare dei maccheroni senza conoscerne l'origine me li ha fatti andare un p' di traverso. 
Comunque lo consiglio, se vi piace il mac&cheese.

Vicinissimo al Sarita's c'è questa pasticceria dove servono TUTTO senza glutine. E' stata un'esperienza carina, ma i dolci non erano nulla di eccezionale. Ma forse ero ancora oberata di tutto il formaggio di Sarita's.


In ogni caso pare che a NY mangiare gluten free sia di moda, un po' come essere vegeteriani. I miei amici mi hanno spiegato che nei quartieri tipo l'East Village, dove abitano molti alrtisti-intellettuali-fricchettoni, la possibilità di imbattersi in un ristorante gluten free è molto più alta che altrove. 

Devo dire però che non ho assolutamente idea di come vengano certificati i ristoranti che ho indicato, io mi sono fidata delle loro dichiarazioni. Quindi prendete tutto con le molle!

Mazel vs i Giveaway

Eccomi di nuovo a segnalarvi un giveaway libresco: lo trovate qui. C'è tempo fino a domenica!!

martedì 19 aprile 2011

Giveaway Riminder

Ricordo a tutti i miei followers che tra qualche giorno scadrà il mio giveaway! Siete ancora in tempo!

Mazel vs il Parrucchiere Low Cost

Ore 19: Avvistata Mazel con un flacone di shampoo bagnato sul 61.  Canticchia e si specchia nel finestrino dell'autobus.

Antefatto 1 - Giovedì scorso

Tornata al lavoro dopo una settimana di ferie presa di straforo, mettendo alle strette il mio capo, un giorno della scorsa settimana vengo collocata nel suo ufficio. Ecco, adesso mi cazzuolerà per bene, penso. 
E invece no. Sono stata prescelta per andare in trasferta a Bologna, compito ambitissimo da tutto l'ufficio.
- Mmmm. Adesso mi prendo una settimana di ferie e dico al capo che vado in Africa. Magari poi manda a Roma . mi dice la mia cara collega la nappi.
La partenza è fissata per domani.

Antefatto 2 - Sabato scorso.

- Mazeeel, vieni al lavatesta! Ma questo taglio è da sistemare. Oh ma che roba. Guarda che punte.
- Eh lo so, ma volevo farli crescere...
- Ma no ma no. Lascia fare a me.

Esco dal parrucchiere con 20 cm e 5 kg i capelli in meno. A prima vista mi viene da piangere. Sembro la lampadina di Archimede. Poi mi guardo nello specchio retrovisore della macchina, un po' mi piaccio. A casa guardo meglio e mi piaccio un sacco. Quel giusto mix tra anima rock e bon ton.
- Bisogna vedere se riesci a farti la stessa mi piega da sola - mi dice la mia cara collega la nappi - Quand'è che devi andare a Bologna?

Oggi pomeriggio

E così, dovendo andare domani a Bologna, possibilmente non con i capelli a cespuglio di insalata, oggi pomeriggio ho fatto una cosa che volevo fare da un po', ma non ho mai trovato il tempo-la voglia-il coraggio di fare. Sono andata da un parrucchiere cinese.
Avevo letto un po' di cose su internet. Sono bravissimi, ti rovinano i capelli, usano i prodotti l'oréal, riepiono i flaconi con sangue di tigre, sciolgono i loro parenti e ci fanno il balsamo, ci vado sempre ma niente piastra mi raccomando. E ho pensato: machissenefrega, vado a provare. A una condizione: mi porto i miei prodotti. 

Questa mattina mi sono infilata in borsa il mio shampoo Sephora e per strada mi sono inventata un po' di storie da raccontare al cinese per giustificarmi. Tipo: uso solo shampoo senza parabeni, il vostro ce li ha? Il dermatologo mi ha prescritto questo shampoo (see..... della Sephora, quando mai!), sono allergica  ai prodotti l'Oréal, questo è l'unico che sopporto... E via così.
Entro nel negozio pronta a snocciolare queste scuse. Nessuno mi saluta; il tipo alla cassa mi fa segno di sedermi sul divanetto ( e se avessi voluto solo prendere un appuntamento?). Mi guardo intorno: E' un negozietto semplice, abbastanza pulito. Alle pareti, invece dei soliti poster Kérastase, foto di modelle cinesi ben pettinate.
Lo shampista mi fa segno di andare al lavatesta. Io mi aspetto che mi chiami a voce, ma quello si sbraccia sempre più. Non parla una parola di italiano. -Posso usare il mio shampoo? - gli dico. -Sì, vuoi tichetta? 
Mi sta chiedendo se voglio lasciare lì i miei prodotti per la prossima volta. Davanti a me un armadio si shampi fructis lasciati lì dalle altri clienti.
-Balsamo?
Ovviamente non l'ho portato. Non avrei potuto sostenere la balla dei parabeni, col mio shampoo Fructis. - Mmmm, no. Non lo metto mai....

Mi manda alla postazione. Nenache la ragazza che mi pettina parla molto italiano. 
- Lisi? 
- Sì lisci.
- Piastla?
- No no,la piastra no, per carità! Sai...mmm. perdo di volume....
Mi asciuga con la spazzola, tenendo il phon non dal manico ma poco sopra il bocchettone. Ma non si brucia? Forse no, perchè quando non le serve, il phon se lo appoggia sulla spalla, acceso. 
In pochi minuti, ha fatto. Diventa matta per lisciarmi la ciocca davanti. Poveretta, la capisco. Per di più non mi sono neanche fatta mettere il balsamo... 
- Ti plego, qui piastla! - Ma sì che sarà mai. E passamela sta piastra, ma solo lì.
Mi dice qualcosa in cinese. Io sorrido. Poi dice - Oli?
E mo' che è sto oli? Mi mostra un flacone trasparente. Sarà il fissante. - No no grazie! 
Forse vede il terrore da olio di bisnonno cinese nei miei occhi, ma non gliene frega niente. Mi guarda nello specchio e sorride.

6 euro, 10 minuti netti. Ho fatto così in fretta che posso usare il biglietto dell'andata anche per il ritorno. E ho dei capelli più che decenti. Certe volte sono uscita da certi parrucchieri con dei capelli sconvolti, dopo aver speso 23 euro, perchè una spruzzata di lacca te la fanno pagare a parte.

Ma.
Ma voglio davvero contribuire al collasso del sistema imprenditoriale italiano scegliendo un parrucchiere cinese? Dove la mettiamo la concorrenza sleale, la globalizzazione e tutte quelle cose che al lavoro passo il tempo ad analizzare?
Certo che potremmo vedere la cosa i un'altra maniera. In fondo, è come prendere un volo di Ryanair. Solo prodotti core, niente servizi aggiuntivi. Niente chiacchiere dal parrucchiere. Riviste patinate, luci soffuse, maschere all'olio di cocco. Ti faccio la piega e via. Devi andare da Roma a Londra? Niente bagaglio e niente pranzo. Devi andare a Tokyo? Forse la prima classe Alitalia è quello che fa per te. Devi fare una piega al volo? Ti offriamo un servizio veloce e abbastanza buono, a una cifra ridicola. Devi fare il taglio della tua vita perchè sposi il principe William? Vieni da Aldo Coppola e stai serena.

Non lo so. Non lo so se ci tornerò dal parrucchiere cinese. Però oggi sono contenta.

martedì 12 aprile 2011

Mazel vs i 27 anni in 30 ore

E così un giorno, sul treno espresso del metrò, tra Manhattan e il Bronx, ho compiuto 27 anni.

E' stato uno dei compleanni più belli della mia vita, insieme a quello degli 8 anni con la festa in giardino. E anche il più lungo, perché ho deciso di iniziare a festeggiare dalla mezzanotte italiana fino alla mezzanotte successiva col fuso di New York. In preda alle manie di grandezza avevo anche pensato di considerarmi ufficialmente in festa finché nel mondo ci fosse stato un posto il cui calendario segnava ancora il 6 aprile, ma i miei compagni di viaggio non mi hanno dato molta corda.

Fatto sta che per la prima volta ho avuto due "sere del mio compleanno" e ciascuna di queste è stata esaltante. La prima è stata dedicata allo sport. E infatti mi trovavo su quel treno proprio per andare al match di baseball tra gli Yankees e i Minnesota Twins, che ha visto la sconfitta dei nostri paladini acquisiti proprio nell'ultimo inning. Mannaggia. Il baseball, come sport, non è proprio "appassionante", ma con mesi e mesi di studio delle regole sulla Wii Sports, mi sono dimostrata all'altezza di qualsiasi tifoso americano presente, ho esultato nei momenti giusti e spiegato al fantastico trio cosa stava accadendo senza fare figure, suscitando in loro estrema ammirazione. Siamo anche stati inquadrati nel  grande schermo dello stadio, perché i nostri vicini cercavano di attirare l'attenzione ballando YMCA ma la telecamera ha "sbagliato mira". 
E non solo. Abbiamo assistito in diretta a questo fatto qua, che la mia collega nappi ha visto quasi in diretta su repubblica tv e mi ha prontamente inviato sul mio nuovissimo Apple touch (regalo USA da parte del fantastico trio e Marco).

La seconda sera è stata dedicata alla musica, in particolare al jazz. Neanche di questo sono mai stata molto appassionata, ma è stata un'esperienza bellissima. I miei due ganci statunitensi hanno prenotato al Blue Smoke, a quanto pare uno dei più importanti locali jazz a New York, famoso per il suo eccellente barbecue. Siamo scesi nel seminterrato, abbiamo mangiato ottima carne e bevuto mohjito, ascoltando un sassofonista nero con gli occhiali da sole che non ha sbalgiato una nota e ha dedicato ogni canzone a uno dei suoi figli.
Usciti dal locale ci siamo infilati al Buffalo, giusto lì di fronte, e assistito a un concerto country texano, durante il quale le coriste ci hanno deliziato con uno spogliarello mentre saltellavano a suon di musica, rimanendo in stivali da cowboy e copricapezzoli in paillettes.La cosa più kitch che abbia mai visto.


martedì 29 marzo 2011

Mazel vs il Nuovo Lavoro

Interno dell'ufficio di Mazel. Ore 13.

Mazel: Ragazze sono arrivata! Ho un novità! Ho una novità!
Collega Scontrosa alias la Nappi: Ah bene. Guarda mi si è gonfiato un dito. Non so perchè.. Stavo scrivendo al pc e poi tac, si è gonfiato.
Mazel: Fa' vedere. Non c'è niente.
Nappi: Ma sì guarda bene. Forse mi sono tagliata con la carta. O forse mi ha punto un ragno.
Elena: Un ragno?! Oddio dove? dove? 
Mazel: La volete sapere sta novità o no?
Nappi: Che faccio ci metto del gentalin? Ce l'ho in borsa. 
Elena: Se ci sono i ragni in ufficio me ne vado a casa.
Nappi: Forse il dito è rotto. Forse devo fare una lastra. Che faccio chiamo il CUP?
Mazel: Non ti sembra di esagerare?
Nappi: Il numero ce l'ho in borsa; me lo prendi che non posso muovere la mano?
Elena: Ommioddio devo controllare sotto la scrivania se ci sono i ragni, mi aiuti a spostarla?
Mazel: Ma quanta roba hai in borsa?
Nappi: Il necessario per tutte le emergenze sanitarie. Dal mal di denti all'epidemia di suina. Come faccio ad andare a fare la lastra? Ciccio è caduto dalla bici perchè un cane gli correva dietro al parco e ora è tutto rotto. Mica mi può portare a fare la lastra.
Mazel: Forse ti devi sacrificare e evitare la lastra.
Elena: Oddio mi sento confusa... Non riesco a parlare bene. Sarà il cambio dell'ora.
Mazel: Vabbè... Volevo dirvi che inizio una nuova collaborazione con una società di consulenza turistica. Scriverò un rapporto, poi un paio di articoli. E forse dovrò tenere un paio di lezioni all'Università. All'Università! Capito?! Io-parlerò-all'Università! Che ne dite?
Elena: Ah! Bello! Forse ho un ictus... Nappi, tu che sai tutto su tutte le malattie che potrebbero colpire l'essere umano, quali sono i sintomi dell'ictus?
Nappi: Aspetta che guardo su Yahoo Answer.

martedì 22 marzo 2011

Mazel vs la sua PrimaVera Volta alla prese con un Giveaway

Cari lettori,

ci siamo!!!! Finalmente, a gran richiesta (...), il mio primo Giveaway!

E capita proprio a pennello: festeggiamo il mio imminente ventisettesimo compleanno e l’arrivo del decimo follower (benvenuti a tutti quanti, tra l’altro!).
La decisione su cosa regalare ai miei cari lettori è stata lunga e sofferta. Ci voleva assolutamente qualcosa a tema, ma il tema di questo blog è piuttosto vario...Poi ho avuto un’illuminazione.

Avrete certamente notato che ogni tanto pubblico qualche raccontino qua e là. Non lo faccio perché non so come riempire le sudate pagine del blog, sia chiaro. E’ che qualche tempo fa ho seguito un corso di scrittura interessantissimo alla Scuola Holden di Torino e ogni tanto mi diletto con i racconti. La cosa più importante che ho imparato lì, è che i racconti bisogna farli leggere e, soprattutto, bisogna capire cosa ne pensano gli altri.
Proprio lì alla scuola Holden  ho avuto il piacere di avere come insegnante la giovanissima Giusi Marchetta. Così il mio primo regalo sarà la sua prima raccolta di racconti.



Ecco le regole per partecipare:

- diventate follower di questo blog.

- segnalate il blog sul vostro in un commento e linkate il banner dedicato.
- lasciate un commento a questo post con il link della vostra segnalazione, il vostro nome o nickname e una vostra email valida, per essere contattate in caso di vittoria. Se volete, raccontatemi cosa vi piace leggere o consigliatemi qualche bel libro!
- avete tempo fino a sabato 23 aprile per partecipare. Tra tutti coloro che avranno partecipato verrà estratto un vincitore tramite il sito Random.org. Il risultato verrà pubblicato su questo blog e il vincitore verrà avvisato anche tramite email. 


Bene, che dire...Buon Giveaway!

Mazel

lunedì 21 marzo 2011

Mazel vs i 150 anni e un momento tutto per sè

- Mazel, in questo periodo sei cambiata un sacco - mi ha detto l'amica C. venerdì sera, forse già in preda ai fumi dell'alcol dopo il primo mezzo cocktail. Ma in fondo non  c'abbiamo più l'età , amica mia, bisogna rassegnarsi.
Però, in effetti, è vero. E tralasciamo il taglio di capelli e i vestiti nuovi, che sarà colpa della primavera. Ma tutta una serie di miei comportamenti mi fa sentire una persona nuova. Una volta (non molto tempo fa), per il giorno di festa che il caro Napolitain ci ha regalato, avrei preso baracca e burattini e me ne sarei corsa dall'Ammoremio tra i monti o da mammà, pronta con tutte le provviste settimanali. E invece no. Tiè. Me ne sono rimasta a Torino.

 Mercoledì sera ero tra quelle migliaia di folli che, in barba alla pioggia e al vento, passeggiava per ore per il centro in attesa non si sa bene di cosa. 
Così, tra i danzatori risorgimentali che minacciavano di schiacciarmi contro una colonna se non mi fossi spostata, le corse dei bersaglieri, le code in un baretto di piazza Carlina, i telefoni che non funzionavano, il delirio di migliaia di persone che non trovavano altre persone, gli spintoni di via Po e i fuochi sotto una pioggia scrosciante (in una situazione logistica a dir poco precaria sull'orlo del Po), ho passato un'allegra e piacevole serata con qualche amico che non frequentavo da tempo. di Vecchioni non ho visto manco la punta dei capelli, ma credo che sopravviverò.


Il mattino dopo, invece di alzarmi presto e correre in stazione, per andare a regalare il mio tempo a qualcuno dei miei cari, ho deciso di regarlo a me stessa.
Mi sono svegliata con calma, ho preparato i cereali con il latte e accolto la mia amica M. che passava per caso sotto casa mia. Le  ho offerto spremuta d’arancia biologica e un paio di chiacchiere frivole. Poi, ho curata la mia casa: proprio lei, la mansardina, perennemente trascurata e usata come luogo di passaggio, è stata tirata a lucido e ha ricevuto pure un mazzo di fiori.
Ho passato il mio giorno di festa a guardare la seconda serie di Dexter e a visitare la GAM con l’amica Lisa, che non vado mai anche se abita a quattro fermate da me , chiacchierando di cose serie e di cose frivole, del futuro, del passato, degli amici e dei viaggi.
Poi, senza nessuna fretta di dover fare centinaia di chilometri, di prendere treni, di arrivare tardi, di mettere la roba in frigo, di accendere il riscaldamento, di quante valige hai?, me ne sono tornata a casa. Semplicemente così. Due passi e sei arrivata.

Questo post è per quelli come me, che passano la vita divisi tra due, tre, enne posti. Voi là fuori, sappiate che ogni tanto prendersi il proprio tempo è obbligatorio.









mercoledì 16 marzo 2011

Mazel vs i Giveaway

Eccoci alla prese con un altro giveaway.

Lo trovate qui e festeggia l'arrivo della primavera! Si tratta di condividere il banner che trovate qui sotto sulla sinistra. A breve il mio primo, primissimo, piccolissimo giveaway...


-Mazel

martedì 15 marzo 2011

Mazel vs la Mela e il Baldacchino

Esistono due modi per organizzare un viaggio.


Il primo prevede due persone. Una di queste - che chiameremo amichevolmente il “decisore” - si occupa di tutta la parte organizzativa. Parte con l’analisi della letteratura sulla meta del viaggio con circa tre mesi di anticipo, si informa sull’alloggio e i trasporti, stila un piano d’azione. Poi riferisce all’altra persona - che chiameremo, invece, il “follower” - la quale, per sua natura intrinseca, accetterà tutte le decisioni del decisore e, se questo è particolarmente abile, crederà di aver svolto un ruolo importante in tutto il processo organizzativo. Questo si verifica soprattutto nel caso in cui decisore è femmina e il follower è maschio, perché, per citare un famoso film, “l’uomo è il capo, ma la donna è il collo”.
In questo primo caso, tutti i particolari vengono fissati con un buon anticipo e il viaggio si svolge secondo i piani del decisore e con un discreto grado di successo.

Il secondo prevede due persone + N aggiunti. In questo caso il decisore tenterà di interpretare il suo ruolo, ma raramente ci riuscirà. Infatti avere a che fare con un numero di follower superiore a uno è particolarmente stancante e potrebbe rivelarsi impossibile se questi non accettano il ruolo di follower , credendosi, invece, decisori. In questo caso nessuno studierà il percorso, l’alloggio, i trasporti. Non ci sarà nessun piano di marcia e l’intero viaggio cadrà nell’abisso della confusione e dell’indecisione. In questo caso, l’insuccesso del viaggio è davvero molto probabile.

Fatta questa premessa, devo confessare che da qualche anno desideravo intensamente andare a New York. Come forse avrete capito, nella mia coppia il decisore sono io e preparavo i dettagli di questo viaggio quando ancora non c’era nessuna speranza che io ci riuscissi veramente ad andare.
Poi, la svolta.
Questo Natale, approfittando di una promozione di Alitalia, io e Marco abbiamo rinunciato a farci il regalo e abbiamo comprato due biglietti per New York.  Per la settimana del mio compleanno. Un momento di silenzio per contenere la gioia, prego.
Questa poteva realmente essere l’apoteosi della modalità uno e il viaggio stesso rischiava seriamente di tendere alla perfezione.
Ancora un momento di riflessione, prego.
In più, un paio di amici americani che non vedo dai tempi dell’Erasmus hanno deciso di fare una gita a New York di un paio di giorni per il mio compleanno.
...

E invece.

Invece, sapete com’è, in questi mesi ho esternato la mia felcità per questo viaggio al mondo intero (tranne al mio capo, ma questa è un’altra storia). Un bel giorno, ricevo una mail dalla sorella di Marco. Più o meno diceva:
“Abbiamo prenotato per New York la stessa settimana vostra. Sei contenta?!” Ora rileggete questa frase con la voce di uno a scelta tra i Teletubbies.  Il noi a cui faceva riferimento prevede: lei, la sorella di Marco, che chiameremo “Sister (S)”, il suo fidanzato, che chiameremo “Brother-in-Law (BL)” e il fratello di Marco, che chiameremo “Brother (B)”, componenti del fantastico trio S-B e BL.
Ora, io non ho nulla contro il fantastico trio. Diaciamo che, quando siamo seduti alla stessa tavola per il pranzo domenicale, possiamo anche inoltrarci in quanche conversazione simaptica e leggera. Punto. Nel senso che non abbiamo alcun tipo di interesse in comune.
Questa, in gergo, si chiama situazione ostica. Perché a te, questa intrusione nel tuo idilliaco programma, le fa girare fino al punto di fumo, però mica lo puoi dire all’ammore tuo; in fondo sono i suoi parenti. La sorellina-sua-bella. Quindi incassi e fai la tipica faccia da piemontesefalsoecortese. Ma intanto lo sai, oh, se lo saaaai, che tutto finirà a schifìo.

Così ho continuato come un caterpillar nel ruolo del decisore. Ho pensato di applicare la regola evergreen del “trasforma i tui punti di debolezza in punti forza” e ho deciso di sfruttare il maggior numero di partecipanti per affittare un appartamento a Manhattan. Ho girato mille agenzie specializzate e trovato un appartamento grande a un prezzo stracciato. Ma a S-B e BL la cosa non stava bene. S, infatti, aveva guardato su internet e addocchiato un albergo di fronte all’Empire State Building con i letti a baldacchino. Sìììì, io voglio il letto a baldacchino! Con buona pace del risparmio.
A me la cosa non sta bene e adotto la strategia del musolungo con Marco. Lui un po’ capisce, ma nel perfetto ruolo del follower, riesce solo a rimandare la decisione.
Io cerco altre soluzioni, ma forse Marco riceve musilunghi anche dall’altra parte e nessuno riesce a imporre il proprio dominio.
Così gli espongo in maniera quasi-calma il mio problema e gli dico di occuparsene lui. Da manuale. L’ho letto sul Cosmopolitan.

Finché un giorno lui mi dice: “Dovresti darmi 550 euro che abbiamo prenotato il Letto a Baldacchino hotel”.

...
...
...
...
...
Sostiuite ai puntini un sacco di grida e improperi e pianti e grida.
E siamo solo all’inizio. Il mio viaggio dei sogni si trasfrmerà in un viaggio di merda.
WTF

martedì 8 marzo 2011

Mazel vs il Destino

Quattro ragazze fresche delle loro feste dei diciotto anni erano partite con il treno-notte per la loro prima vacanza da sole. Andavano in Sicilia per tre settimane. Avevano affittato un appartamento di fronte al mare, in Sicilia, e le loro giornate erano riempite dalla spensieratezza, dalla gioia di vivere, dalla vita che avevano davanti. Andavano in spiaggia ridendo, con il venticello caldo di luglio che muoveva i loro prendisole colorati, e una aveva anche un cappello di paglia come vorrebbe la sceneggiatura di un film. Giocavano a fare le donne, a tenere pulita la loro prima casa, a cucinare, a stare sveglie fino all'apertura del forno all'angolo. La loro casa era piena di musica e di verdure regalate.

Poi, una domenica mattina, era arrivata una notizia orribile. Un caro amico di una di loro -e quindi, per l'osmosi in cui vivevano allora, un caro amico di tutte- era morto nella notte in un brutto incidente stradale. Quella sensazione metallica di vuoto nel cuore, di impotenza, di lutto, era entrata in quella casa sul mare e aveva dato una nota di tristezza a tutta la vacanza.
Nella disperazione del momento, quell'amica più amica aveva telefonato a Carlo, il migliore amico del ragazzo scomparso, per sapere com'era andata, per avere ancora un contatto con quello-che-era-prima. Lui, in lacrime, le aveva raccontato che quella mattina aveva saputo che era morto qualcuno del paese e aveva immediatamente telefonato al suo amico per dirglielo. Gli aveva risposto la madre e gli aveva detto tutto. Poverino, era devastato.

Tra quelle amiche c'era Mazel e ogni volta che rivedeva Carlo in giro si intristiva, pensando a quel brutto ricordo. Si è sempre chiesta, anche a distanza di anni, come fosse la sua vita senza di lui. Quanto fosse ancora disperato. Come avesse fatto ad andare avanti. Cosa pensasse della morte e del fatto di essere sopravvissuto al suo compagno di avventure. Qualcuno le aveva anche raccontato che Carlo teneva una foto dell'amico sul cruscotto della macchina e questa cosa le faceva stringere il cuore.

Domenica Mazel era a pranzo dai suoi genitori. Ogni volta che riceve uno di quei messaggini con le ultime notizie, suo padre li legge ad alta voce e li commenta. Erano a tavola e la notizia della slavina ad Oropa non forniva molti spunti per intavolare una discussione, così la notizia era stata ascoltata e archiviata.

Sotto quella slavina, però, è morto Carlo. Il ragazzo dai dread biondi, l'amico sopravvissuto all'altro di soli nove anni. E a Mazel si affollano ancora in testa tutte quelle domande. Ciao Carlo. Chissà cosa fate voi due, di là.




lunedì 7 marzo 2011

Mazel vs i Nuovi confini

C'era un tempo in cui essere a Torino senza macchina le pesava. C'era un tempo in cui, pur abitandoci a meno di un paio di chilometri, al Lingotto ci andava una volta ogni morte di papa.  C'era un tempo in cui per andare da Eataly bisognava parcheggiare nell'area E per non pagare. C'era anche un tempo in cui aveva preso appuntamento da un estetista e, per andarci, aveva impiegato tre ore tra andata e ritorno.
Quel tempo è finito.Oh sì! E' finto! Grida di giubilo!
Oggi in pausa pranzo, Mazel e la sua collega Elena sono uscite dall'ufficio, si sono recate alla fermata sita sotto casa di Mazel e hanno preso la metropolitana, nuovo tratto. In un quarto d'ora sono arrivate e in un'ora e mezza erano di ritorno in ufficio.
Come direbbe Tonino Carotone, la vita è difficile. Ogni tanto bisogna viziarsi.
E andare da Eataly in pausa pranzo non ha prezzo.

venerdì 4 marzo 2011

Mazel vs i Giveaway

Va bè lo so che non posso riempire il blog con i Giveaway... però, che ci posso fare? Mi piace festeggiare! 
Qui si festeggiano i 100 followers. Auguri LTfgg!


Quasi quasi ne organizzo uno pure io... per festeggiare i 10 magari ;)

Mazel vs il Colloquio di lavoro

Uno studio dice che febbraio è il mese ideale per cambiar lavoro. Non lo sapevate?! Nemmeno io. Eppure lavoro in ufficio studi.
Però, se ci penso bene, tutti i miei lavori li ho sempre trovati di febbraio e quest'anno ho concentrato in questo mese (che - vorrei ricordare - ha solo 28 giorni) una quantità di colloqui che, solo per le assenze sul lavoro, finiranno per costarmi il licenziamento. Lasciatemi fare un attimo il conto... Ne ho fatti 6 e ad altri 5 ho detto di no a priori perchè mi mancava il tempo materiale per presentarmi. 
E ho incontrato gente di tutti i tipi, ah!, se ne ho incontrata...

Il primo colloquio l'ho fatto con l'impiegata di provincia. La dirigente all'ultimo non aveva potuto e aveva mandato lei al posto suo. La tal Katia, pur essendo una persona carinissima, non aveva idea di come si gestisse un colloquio di lavoro, così ha fatto quello che sapeva fare: mi ha fatto vedere quali erano le reali mansioni all'interno dell'ufficio. Abbiamo parlato di colleghe, fidanzati e mi ha lasciato il suo numero di telefono. 

Poi è stata la volta della commissione. Come al solito non sapevo chi guardare, con chi parlare. Quelli ai lati leggevano il giornale, quelli in mezzo annuivano. Così guardavo loro. Forse ho sbagliato.

Due giorni dopo il doppio colpo: le HR specialist di città. Entrambe lavoravano per due prestigiosissime case editrici. La prima era simpatica, affabile, realmente interessata alle cose che le raccontavo di me. Faceva domande intelligenti. Era sicuramente più precaria di me. 
La seconda era una stronza tremenda. Non ha ascoltato una parola di quello che le ho detto (ora che ci penso le ho anche lasciato il nome del blog...ma tanto mi ha appena scritto che hanno optato per un altro candidato), però lei  è stata l'unica a richiamarmi per il secondo colloquio. Lì m i hanno presentata alla marketing manager che, a ripensarci bene, potrebbe essere stata l'unica normale tra tutto questo zoo di esseri umani che ho incontrato.

Poi è stata la volta dei giovani imprenditori. Loro erano ingenui, alle prime armi. In confronto, le due HR specialists erano due coccodrilli. Erano appassionati del loro lavoro e non si erano messi d'accordo prima su cosa dirmi. Abbiamo preso un caffé al solito bar e forse li ho un po' spiazzati. O forse loro hanno spiazzato me, fatto sta che non ho ancora capito com'è andata a finire. Forse sto già lavorando per loro e non lo so...

E poi, il migliore. Il regista mancato. Questo l'ho incontrato stamattina in un bar. Non aveva idea di cosa aveva bisogno. A parte "gente agile" (ma in che senso, scusa?!). Non aveva idea di quando aveva bisogno. Non aveva idea di cosa avrebbe fatto fare a queste persone agili. Non aveva nemmeno idea della differenza tra uno stage e un contratto a progetto e credeva sinceramente che gli stagisti fossero pagati dall'Università. Mi ha anche consigliato di tenermi il mio lavoro. 
Mi sa però che vado a lavorare per lui.

mercoledì 2 marzo 2011

Mazel vs Anna

Era la mia migliore amica e io passavo tutto il mio tempo con lei. Aveva lunghi capelli biondi, che sua madre raccoglieva in trecce ordinatissime, e grandi occhi nocciola, dello stesso colore delle piccole lentiggini che le davano quell’aria  sbarazzina da monello di campagna. Era alta e magra e, a quell’età, sembrava già una donna; i vestiti le cadevano addosso come ai manichini delle boutique del centro, anche quando si metteva un maglione preso  a caso perché aveva freddo. Lei era bellissima.

A scuola ero la sua compagna di banco ed ero fiera che avesse scelto me. Tenevamo un diario insieme in cui ci confidavamo i nostri pensieri: scrivevamo una pagina a testa e lo passavamo all’altra perché potesse leggere e rispondere. Aveva una calligrafia piccola e rotonda, con le lettere sempre uguali, e abbelliva spesso la pagina con eleganti disegni, che poi riempiva con le penne colorate. Ne aveva di tutti i tipi e sapeva abbinare i colori così bene che ogni pagina sembrava un’opera d’arte: non mancavano neanche adesivi colorati e campioni di profumo staccati dai giornali. Lei era bravissima in tutto quello che faceva.
I suoi genitori avevano una casa al mare, a Porto San Maurizio, e spesso mi invitavano a passare le vacanze con loro. Mi facevano dormire nella sua stessa stanza, così potevamo rimanere sveglie a chiacchierare fino a tardi. Sua madre ci preparava spesso la torta di mele per colazione e poi tutti insieme ci avviavamo verso il lido più bello del paese. Era tutto così delizioso e perfetto ed io avrei voluto, con tutta me stessa, essere come lei. 

Quell’anno al mare un gruppo di ragazzi ci ronzava intorno. Tutti non avevano occhi che per lei e lei preferiva quello alto e moro, il più bello fra loro. Ne parlava spesso nelle pagine profumate del diario. Uno dei ragazzi, però, si interessava anche a me: mi sedeva accanto quando giocavamo a carte al bar della spiaggia, era gentile ed educato, ed aveva un buon odore. Mi era  anche sembrato di sentire una leggera scossa sotto la pelle una volta che mi aveva sfiorato una mano: forse un po’ mi piaceva e lo scrissi subito nel diario. La sera dopo la trovai in spiaggia, che pomiciava con lui a ridosso degli scogli. All’inizio non li riconobbi , ma quando  capii cosa stava accadendo scappai via in lacrime. Corsi per tutto il lungomare, senza fermarmi mai; poi, quando la milza mi faceva troppo male per continuare, mi sedetti tra le erbacce della spiaggia libera e piansi ancora. Quando non ebbi più lacrime presi il diario e lo scagliai lontano, con tutta la mia forza. Tutti i ritagli, le foto, i ciondoli che erano stati il simbolo della nostra amicizia si sparsero sulla spiaggia, senza più niente che li tenesse insieme.

Il giorno dopo sua madre si accorse che avevamo litigato e ci convinse a fare pace. Venne in camera e mi disse “Scusa. Non sapevo che ti piacesse così tanto” ed io acconsentii a stringerle la mano; dissi: “Amiche come prima”. Andammo insieme a recuperare i pezzi del diario lungo la spiaggia libera: io raccoglievo le foto e la guardavo mentre cercava gli altri ritagli delle riviste. Riconobbi in lei uno sguardo presuntuoso e stizzito mentre era costretta a piegarsi sulle gambe storte, troppo lunghe e troppo magre per sostenerla.

Mazel vs Lisa

In una stanza laterale rispetto al corridoio dall’ala est si ammassavano decine di persone prese da una fretta quasi euforica,  così diversa dal lento procedere dei visitatori che passeggiavano lenti e tranquilli nelle altre sale, tanto da sembrare un mondo completamente a parte. Non c’era da stupirsi, perché proprio lì abitava una delle donne più famose del mondo, fermata eternamente nella sua espressione sibillina e protetta da una robusta teca in vetro; davanti a lei una folla in estasi strepitava per poterla guardare per qualche secondo, nonostante tutti conoscessero già i più piccoli dettagli dei suoi lineamenti,  meglio di quanto avrebbero potuto scorgere in quell’occasione.
I più entravano per cercare di immortalare quel momento con un flash, anche se aprendo un qualsiasi libro d’arte avrebbero potuto trovare una riproduzione di certo migliore. Io, invece, ero entrata per cercare Marco.  Mi ero separata da lui qualche minuto per avere un po’ d’intimità nelle toilette del piano: dopo ore di infernale tormento mi ero decisa a sistemare quei collant francesi che male si adattavano ad un corpo italiano.      


Avevo fatto di tutto, quel giorno, per essere bella, nella speranza che questo bastasse a  cancellare tutti i dubbi e le paure che da settimane asserragliavano la mia mente ed il mio cuore, mentre la mia mente ed il mio cuore non avrebbero dovuto far altro che assaporare i momenti di vita parigina che l’Europa unita mi aveva regalato in nome di Erasmo da Rotterdam. Temevo che quei mesi passati lontano avessero trasformato irreversibilmente il mio – e il suo - modo di essere e di pensare,  i desideri e i sentimenti che una volta ci avevano uniti così intensamente. Che il non fatto e il non detto ci avessero resi due estranei. Qualche ora prima, mentre lo aspettavo alla Gare de Lyon, avevo anche temuto di non riconoscere più il suo viso.

Mentre lo cercavo nella sala di quel museo, gremita di folla, ero di nuovo sprofondata nell’insicurezza di quei pensieri. Ma proprio lì, dove tutti scrutavano il sorriso giocondo di Lisa, proprio come poche ore prima alla stazione, io ritrovai il suo di sorriso, quello che scioccamente avevo temuto di non ricordare e il mio cuore e la mia anima sciolsero ogni dubbio. Affondai la mia mano nella sua e riprendemmo a passeggiare sul parquet antico di quei corridoi, parlando e ridendo come se non ci fossimo lasciati mai, quasi non accorgendoci degli immensi capolavori che ci guardavano dalle pareti.